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Nato a Piacenza nel 1897, vi operò per tutta la vita, sempre da protagonista e morì nel 1977. Fu allievo di Francesco Ghittoni presso il Gazzola di Piacenza e grazie ad una borsa di studio potè frequentare le lezioni di Ambrogio Alciati all'accademia di Brera dove vinse il premio Bozzi Caimi «per la miglior testa» dimostrando di essere un allievo molto speciale. In quel periodo, a Milano, assimila il gusto «moderno» del Novecento nel quale è destinato a muoversi per tutta la sua non breve attività. Dopo una parentesi di quattro o cinque anni, in cui risente dei modi dell'Alciati, specialmente nel ritratto, la sua attenzione ammirata va prima a Spadini e poi a Sironi, che gli suggerisce forme monumentali su toni bassi, smorzati, realizzate però con un pizzico a volte un po' asprigno di verismo anticlassico. Il successo nel «Premio Cremona» (1939) lo porta alla ribalta, con lodi entusiastiche di Ugo Ojetti e di altri che gli nocquero in seguito, quando del «premio» si considerò solo l'aspetto politico e contenutistico. In realtà aveva già avuto significative affermazioni (espose alla Biennale di Venezia nel 1932, nel 1940, nel 1942, e nel 1950); nel '34 aveva vinto il primo premio nella «Prima mostra regionale sindacale emiliana» con le «Modelle» esposte alla Galleria Ricci Oddi. All'attività di cavalletto unì quella di affrescatore e di scultore. Si dedicò a complessi cicli di affreschi nelle chiese di Piacenza e provincia con risultati a volte pienamente convincenti. Come scultore realizzò busti e opere in bronzo. Ricchetti era dotato di una istintiva facilità di comporre, di comunicare per immagini; dono a volte pericoloso perché può distogliere dalla ricerca, dall'approfondimento. Nei momenti di grazia seppe trovare accordi preziosi di colore, evidenza sintetica di immagini. Per Piacenza Ricchetti fu un maestro.
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